Dalle radici irlandesi alla moda contemporanea: la vera storia dell’uncinetto
Mi chiamo Mairead.
Sono cresciuta in un piccolo villaggio della costa occidentale irlandese, dove il vento sa di sale e i muri delle case conservano ricordi più antichi di noi. Mia nonna diceva sempre che un filo, se guidato con pazienza, poteva tenere unite intere generazioni. E ogni sera, seduta accanto al camino, intrecciava anelli minuscoli che diventavano fiori, trame e speranze.
“Ricorda, Mairead,” ripeteva, “questo non è solo filo. È resistenza.”
Aveva ragione. Perché la storia dell’uncinetto non è soltanto storia di moda: è la storia di persone che hanno trasformato un gesto semplice in sopravvivenza, eleganza, ribellione e arte.
Le origini oscure e affascinanti del crochet

L’uncinetto, come lo conosciamo oggi, non nasce da un’unica cultura né da una singola invenzione. È un mosaico di pratiche antiche, gesti tramandati e intuizioni tecniche che si sono evolute in parallelo.
Ben prima di diventare un’attività domestica diffusa, esistevano tecniche che ne anticipavano lo spirito: nodi ad anello usati per creare guanti resistenti, aghi larghi in osso, ricami filigranati su tessuti tesi come tamburi. Questi metodi non erano ancora uncinetto… ma ne custodivano il DNA.
Il punto di svolta arriva nell’Ottocento, quando l’uncinetto smette di essere una tecnica di ripiego e diventa una vera forma d’arte. A codificarla in modo moderno è Eléonore Riego de la Branchardière, una figura spesso dimenticata, che con i suoi libri e schemi rese il crochet insegnabile e replicabile in tutta Europa.
L’uncinetto che salvò vite: l’Irlanda della Grande Carestia
Per capire il valore dell’uncinetto, basta guardare all’Irlanda del 1845.
La carestia, devastante e brutale, costrinse migliaia di famiglie a inventarsi un modo per sopravvivere. Il crochet irlandese divenne una risposta concreta: economico da produrre, elegante da vendere, richiesto nei mercati d’Europa.
Intere comunità lavoravano insieme. Ci si passava i modelli, si studiavano motivi sempre più raffinati, si creavano uncinetti improvvisati con pezzi di ferro infilati in tappi di sughero. Le mani correvano più veloci del tempo, perché da quella velocità dipendeva il pasto del giorno dopo.
La svolta arrivò quando la Regina Vittoria acquistò e indossò pizzi irlandesi, trasformando una tecnica nata nella miseria in un oggetto di prestigio europeo. Da quel momento, l’uncinetto non fu più solo lavoro: divenne reputazione, dignità e riscatto.
Il secolo della ribellione: quando un quadrato cambiò la moda
Negli anni ’60 e ’70 l’uncinetto vive un’altra metamorfosi. Non è più salvezza economica né passatempo borghese: diventa simbolo di controcultura.
Il Granny Square esplode come icona generazionale. È il punto perfetto per chi vuole esprimere individualità, libertà cromatica, gusto personale. È sostenibile per necessità (si usano gli avanzi di filato), democratico (lo impari in un pomeriggio), modulare (un quadrato alla volta) e potentemente espressivo.
Cardigan psichedelici, borse patchwork, capi destrutturati: il crochet diventa linguaggio. Ogni colore una dichiarazione politica, ogni errore un atto di autenticità contro l’omologazione industriale.
L’uncinetto cambia significato: da tecnica disciplinata e monocromatica a gesto libero, multiplo, vibrante.
Il ritorno contemporaneo: lentezza, sostenibilità e lusso artigianale
Oggi assistiamo a un nuovo rinascimento.
La digitalizzazione, il minimalismo artificiale e l’eccesso di produzione hanno acceso un desiderio di ritorno alla materia, al gesto manuale, alla bellezza del tempo lento. L’uncinetto incarna tutto questo.
Marchi di moda di fascia alta lo riportano sulle passerelle. Creatori indipendenti lo trasformano in capi unici, sculture morbide, gioielli tessili. La slow fashion lo ha eletto a simbolo di autenticità: un capo all’uncinetto vale perché richiede ore, concentrazione, cura.
Filati naturali, filiere etiche, zero-waste e valorizzazione delle artigiane: realtà come Sunkissed the Label o LaMamita mostrano come il crochet possa essere non solo bello, ma anche consapevole.
Il risultato? L’uncinetto non è nostalgia. È futuro. Un futuro più umano, più sostenibile e più vero.
Ogni cappio racconta una storia.
Una bambina irlandese che osserva le mani di sua nonna. Una famiglia che supera la carestia un punto alla volta. Una generazione che si ribella colorando un quadrato. Una creativa contemporanea che sceglie lentezza, design e identità.
L’uncinetto è stato tutto questo.
E continua a essere un gesto semplice capace di cambiare epoche intere.
Se non avete mai provato, prendete un uncinetto, scegliete un filo e iniziate da una catenella. È così che tutte le storie — anche le più grandi — cominciano.
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Articolo davvero ottimo e coinvolgente. La storia dell’uncinetto vista con gli occhi di Mairead